UIl 2022 non è stato di certo l’anno delle riforme, della modernizzazione, della umanizzazione come si sperava. È stato invece l’anno dei suicidi: 84 in 12 mesi. 79 di loro erano uomini, cinque donne (la detenzione femminile rappresenta meno del 5% della popolazione carceraria). Un suicidio ogni cinque giorni.

Lo scorso anno in carcere ci si è tolto la vita circa 20 volte in più di quanto non avviene nel mondo libero. Una tragica sequenza di morti che
deve farci riflettere. Alcuni non avevano fatto in tempo neppure ad essere “immatricolati” perché si sono uccisi subito. Non è solo il sovraffollamento o il carcere degradato a spingere le persone a gesti estremi, ma la disperazione: quella sensazione terribile di chi entra in galera e pensa: “da qui non riemergerò mai più”.

Donatela Hodo era soltanto una giovane mamma, e come tante altre donne stava scontando i suoi errori al carcere di Verona.

Questa esperienza, che seguiva quella di una vita difficile di emarginazione e tossicodipendenza, l’hanno portata a pensare che per lei non ci sarebbe stato un futuro.

Aveva solo 27 anni, le mancava poco per riavere la libertà, si è suicidata nella notte tra l’uno e il due agosto dello scorso anno, e come lei molti altri hanno rinunciato a vivere stringendosi un cappio intorno al collo o inalando il gas del fornelletto. Prima di morire lasciò un biglietto
per il fidanzato: “Leo amore mio, mi dispiace. Sei la cosa più bella che mi poteva accadere e per la prima volta in vita mia penso e so cosa
vuol dire amare qualcuno ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami amore mio, sii forte, ti amo e scusami”, scrisse
a penna.

Parole d’amore che vengono dal buio più pesto, sono rimaste incise nel cuore di tanti. In quelle parole, che sono un pugno allo
stomaco, emerge il vuoto a caratterizzare ancora troppe carceri italiane: la dimensione di un tempo che scorre inutilmente, semplicemente
sottratto alla vita che non riesce a diventare un’opportunità di crescita di cambiamento, e poi reinserimento costruttivo per i detenuti,
come ci chiede l’Art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere
alla rieducazione del condannato”.

Un altro aspetto riguarda poi lo stato di salute dei detenuti, soprattutto dopo la pandemia e l’impatto drammatico sulla salute mentale di
tutti. Chi entra in carcere, oggi, è ancora più fragile di quanto non avvenisse in passato.

Le compagne di Donatela hanno sentito l’urgenza di agire per tentare di prevenire altri suicidi raccontando la realtà di sofferenza delle
donne in carcere per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. Il primo passo è stato fatto creando il gruppo Facebook Sbarre di
Zucchero
attraverso il quale Micaela, Monica, Maurizio e tante altre persone, hanno voluto trasformare il dolore in un’azione positiva, che
portasse all’attenzione di tutti la difficilissima situazione delle prigioni italiane, dove oltre a mancare i servizi più essenziali, le persone non
hanno spesso nessuna prospettiva di vita, dal momento che non molti istituti offrono una concreta possibilità di educazione e di lavoro.

Un messaggio chiaro:

la detenzione non è un limite insuperabile, è sempre possibile riprendere in mano la propria vita, ricostruirsi un futuro, dimostrare di essere delle risorse preziose per la collettività. Una grande rete per le donne nelle carceri, per le loro famiglie e per coloro che muovono i primi passi per il ritorno nella comunità, per far emergere lo specifico del mondo femminile nel difficile momento della carcerazione.

Personalmente ho vissuto l’esperienza di una lunga detenzione per reati societari e non potevo rimanere indifferente all’iniziativa di Sbarre di Zucchero.

Durante gli anni del carcere mi sono aggrappato alla scrittura per rimanere vivo e non farmi inghiottire dal “mostro”, una passione che si è poi trasformata in opportunità di riscatto e reinserimento sociale.

Da detenuto in misura alternativa -infatti- ho avuto l’opportunità di iniziare a lavorare come giornalista per alcune testate e, mentre ero
alla ricerca di una bella storia da raccontare, mi sono imbattuto in un articolo che parlava di Simona. “Non muovo più braccia e gambe a causa della sclerosi multipla, ma voglio arrivare ai piedi dell’Himalaya con la mia sedia a rotelle” era il suo messaggio. Quando l’ho chiamata per intervistarla le ho premesso di essere un ex detenuto. “E chi hai ammazzato?” è stata la reazione divertita di Simona. Poi è partita per un lungo viaggio attraverso India, Nepal e Indonesia a bordo della sua carrozzina motorizzata. Al suo ritorno ci siamo ritrovati e “l’intervista” prosegue da sei anni. “Lui è le mie braccia, le mie gambe, il mio tutto” racconta Simona durante gli incontri in cui spesso raccontiamo la nostra storia nelle scuole.

Una storia semplice di viaggi, prigioni e pregiudizi, ma soprattutto di futuro. Un futuro che condivideremo con Sbarre di Zucchero raccontandoci durante gli eventi che si terranno a Roma il prossimo 18 febbraio e a Verona l’8 marzo con l’obiettivo che la nostra testimonianza possa dare forza a quanti hanno perso la speranza.


Molte altre iniziative sono in programma, la prima delle quali si terrà a Napoli sabato 4 febbraio dalle 17.30, presso Liberi di Volare ODV, di don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale e direttore della Pastorale Carceraria. Questa rete, che si sta sviluppando e che conta ormai moltissimi rappresentanti della società civile, politici, giuristi, esperti e comuni cittadini, senza sostituirsi o sovrapporsi alle moltissime iniziative delle numerose organizzazioni e istituzioni che svolgono un fondamentale lavoro, si sta costituendo in associazione e apre le porte a tutti coloro che ne condividono gli scopi.

Sostenere le persone private della loro libertà, per quanto riguarda i loro bisogni più essenziali come cibo, cure, assistenza legale, è già oggetto di molte organizzazioni di volontariato della società civile e Sbarre di Zucchero si propone soltanto di essere di supporto e di aiuto a questi soggetti, incrementandone la capacità operativa e progettuale. Occorre in primo luogo informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del reinserimento di coloro che hanno violato la legge e siano stati condannati ad una pena.

Ciò è essenziale non soltanto per un’esigenza di etica e di rispetto della costituzione, ma perché occorre evitare il rischio che, senza un futuro, queste persone siano indotte o costrette a continuare la vita in una dimensione di illegalità e criminalità. La reiterazione dei reati è spesso la conseguenza dell’incapacità della società di raccogliere coloro che se ne fossero allontanati.


Creare le condizioni per reinserire nella società coloro che hanno scontato la pena in carcere conviene a tutti. Anche a coloro che vorrebbero “buttare la chiave”.

Chi volesse aderire all’iniziativa di Sbarre di Zucchero può inviare il proprio contatto a sbarredizucchero.roma@gmail.com


Per qualsiasi ulteriore informazione restano a disposizione i seguenti contatti:

Fonte:

FEAVMagazine

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