Lo stridore rabbioso di certi ambienti del progressismo, in particolare radical chic, per i provvedimenti, a dire il vero timidi e spesso senza discontinuità, del governo di centro destra, è il segno che l’occupazione del potere, sempre, ovunque e comunque, comincia ad essere messa in discussione da un mutamento dei venti che si avverte non solo in Italia e che sta lacerando la rete fabiana stesa su un Paese reso inerme da Mani Pulite, alias Tangentopoli.

Mani Pulite ebbe inizio il 17 febbraio 1992, poco dopo che nel dicembre 1991 era stata dichiarata sciolta l’Unione Sovietica. Il periodo democristiano non serviva più e il socialista Bettino Craxi aveva osato rivendicare un ruolo da alleato e non da servitore nei confronti degli Usa. Inoltre, fallito il comunismo sovietico, si trattava di eliminare il socialismo craxiano che si ispirava alla socialdemocrazia tedesca, per dare campo libero al liberalsocialismo fabiano, incarnato nel Regno Unico dal Labour Party, negli Usa dai Dem clintoniani e in Italia dal Pds (poi Ds, Ulivo e, infine, Pd), approdato sulle battigie fabiane inglesi e americane, dopo che il vecchio Pci, ormai senza riferimenti internazionali, era stato sciolto.

Il Pds è nato il 3 febbraio 1991, guidato fino al 1994 da Achille Occhetto e poi, dal 1994 al 1998 da Massimo D’Alema, il quale, con Romano Prodi, allievo di Beniamino Andreatta, democristiano di quella sinistra che si ispirava a Giovanni Marcora e alla finanza bianca, nonché alla sinistra sociale di Vittorino Colombo, ha fondato l’alleanza dell’Ulivo, dalla quale sortirà il Pd.

La trasformazione del Pci in Pds e poi in Ds ha, dunque, aperto le porte ad un’alleanza, che si è concretata nell’Ulivo (1995), la quale vede come protagonisti fondatori Massimo D’Alema e Romano Prodi, i quali sono politici che si ispirano al progressismo fabiano.

Tolto di mezzo il comunismo sovietico e eliminato dalla scena politica italiana il Psi, interprete, con Craxi, della socialdemocrazia tedesca della Mitbestimmung e di Bad Godesberg, il campo era libero per il progressismo fabiano.

In Italia inizia l’era dei governi Prodi e D’Alema-Mattarella, ai quali si oppone la formazione politica di Silvio Berlusconi, nella quale si sono riuniti i socialisti, i democristiani di centrodestra, i socialdemocratici e i liberali.

Nei confronti di Berlusconi si sono attivate, come è noto, le forze contrarie alla presenza di qualsiasi ostacolo all’introduzione delle politiche ispirate alle idee fabiane, fino al suo allontanamento nel 2011 per ridare nelle mani il potere a governi amici.

Chi del fabianesimo e della Fabian Society volesse farsi una rapida e sintetica idea può utilmente leggere il libro di Davide Rossi “Fabian Society e Pandemia”.

Libro dal quale estraiamo alcune informazioni relative ad alcuni personaggi politici.

Massimo D’Alema ha creato in Italia la Fondazione italiani europei, che si ispira al mondo progressista europeo, nel cui comitato di indirizzo è presente Roberto Speranza. D’Alema è stato membro della Foundation for European Progressive Studies, la fondazione, finanziata dal Parlamento Europeo, che riunisce tutti i più importanti think thank (pensatoi) progressisti europei.

La fondazione più importante e influente di questa galassia è la Fabian Society.

Frequentemente Massimo D’Alema è intervenuto come relatore alla Summer Conference della Fabian.

D’Alema ha presieduto la Foundation for European Progressive Studies dal 2010 al 2017.

D’Alema è anche presidente onorario di un altro think thank, denominato Silk Road Initiative, vicina al governo di Pechino (ne fanno parte ex ministri del governo cinese).

La Silk Road Initiative è collegata alla Silk Road Global Information Limited, dalla quale la Protezione Civile, al tempo del Covid, ha acquistato ventilatori Vg70 poi dimostratisi inefficienti.

D’Alema ha anche fondato la Silk Road Winer con sede a Orvieto.

Roberto Speranza, segretario del partito nel quale c’è anche D’Alema, ha frequentato la Summer London School fabiana nell’estate 2005.

Speranza, ci spiega Davide Rossi, è di madre inglese e il cugino Ken è stato collaboratore del fabian laburista Gordon Brown, ex primo ministro del Regno Unito.

Romano Prodi, dopo la laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, è andato a perfezionare i suoi studi alla fabiana LSE (London School of economics and political science) ed è Honorary Fellow della stessa scuola.

Tra i frequentatori della LSE troviamo George Soros e la signora Ursula Albrecht, ossia Ursula von der Leyen, la quale ha studiato economia alla London School nel 1978.

George Soros è stato studente della LSE, dove si è laureato, ha preso il Master e alla fine il dottorato in filosofia (Ph.D).

Il fabiano Antony Giddens è il teorico della “Terza via”, ispirata alla idee fabiane, politica adottata dal Bill Clinton, Tony Blair e Democratici di Sinistra (oggi Pd).

Un altro fabiano, Mervin King, ha fondato il Group of Thirty (Gruppo dei Trenta o G30), nel quale è presente Mario Draghi.

Draghi, peraltro, ha affermato di ispirarsi alle idee di Carlo Rosselli, altro fabiano, dalla cui azione politica sono nati il movimento Giustizia e Libertà e poi il Partito D’Azione.

E qui arriviamo ad una tempistica che lascia intravvedere il disegno.

Il 17 febbraio 1992 scatta Mani Pulite, che fa tabula rasa dei vecchi partiti della prima Repubblica e il 2 giugno 1992 sul Britannia si incontrano politici, finanziari, banchieri, con il presidente di Bankitalia Azeglio Ciampi, con il ministro del Bilancio Beniamino Andreatta, con Mario Draghi, direttore generale del Tesoro e con Romano Prodi, presidente dell’Iri.

Dalla riunione nascerà la strategia di svendita dei gioielli di famiglia dello Stato, secondo una logica spezzatino che ha privato l’Italia di alcuni asset importanti.

Il Bel Paese, reso inerme da Mani Pulite che ha mandato a casa i vecchi partiti e dalla svendita del patrimonio di famiglia, è stato successivamente preso nelle mani di un’alleanza politica stretta dai fabiani Massimo D’Alema e Romano Prodi che, salvo qualche interruzione, subito messa a tacere, ha governato l’Italia sino al 2022.

Il progressismo fabiano è stato la linea politica di chi ha governato il Bel Paese per una trentina d’anni.

La svolta politica dovuta alle elezioni del 2022 ha ricollocato l’Italia su un linea che, pur essedo fedelmente atlantista, è contraria all’agenda fabiana, la quale, nella sua fase finale, è intrisa di wokismo, cancel culture, politiche green, politiche climatiche e via discorrendo e che ha prodotto nel Pd l’attuale situazione di sbandamento.

L’agenda Soros è in questa linea e lo è anche quella del World Economic Forum di Davos.

Da qui lo stridore rabbioso, il vociare, il continuo ciarlare di fascismo, di dittatura, di privazione delle libertà da parte di chi si era abituato a pensare che il potere, sempre ovunque e in ogni caso, appartenesse al progressismo fabiano.

Il vero motivo del vociare non è la poltrona di questo o di quello, ma la messa in discussione di un sistema, di una linea politica e di un’ideologia dei lupi travestiti da agnelli.

Il popolo ha aperto gli occhi e ha capito che sotto il vello buonista si nascondeva il lupo del comunismo finanziario e ha posto le basi per un cambiamento di rotta.

La questione è questa, non altra ed è una questione di grande momento, che non è riducibile al piagnisteo di chi deve mollare la poltrona.

La vicenda italiana, inoltre, se guardiamo al vento che spira in Europa, è fondamentale anche per una svolta nell’Unione Europea che potrebbe, nel 2024, chiudere il trentennio fabiano.

Fonte: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/politica/12351-la-rete-fabiana-sullitalia-resa-inerme.html

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