{"id":1630,"date":"2023-01-30T10:54:59","date_gmt":"2023-01-30T10:54:59","guid":{"rendered":"https:\/\/movimento-sociale-eurasia.org\/?p=1630"},"modified":"2023-01-30T10:55:00","modified_gmt":"2023-01-30T10:55:00","slug":"edilizia-carceraria-inadeguata-una-condanna-ulteriore-o-possibilita-di-riscatto-a-cura-dellarch-giancarlo-grano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/movimento-sociale-eurasia.org\/index.php\/2023\/01\/30\/edilizia-carceraria-inadeguata-una-condanna-ulteriore-o-possibilita-di-riscatto-a-cura-dellarch-giancarlo-grano\/","title":{"rendered":"EDILIZIA CARCERARIA INADEGUATA &#8211; Una condanna Ulteriore o Possibilit\u00e0 di Riscatto? &#8211; a cura dell&#8217;Arch. Giancarlo Grano"},"content":{"rendered":"\n<p>Sono noti i problemi del sistema carcerario italiano, dal sovraffollamento, alla insufficienza del personale di sorveglianza, alla cronica mancanza di fondi per il miglioramento complessivo di riabilitazione, fino al grave fenomeno delle recidive, per non parlare dell\u2019incapacit\u00e0 del sistema penale di immaginare pene alternative alla detenzione.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Ma tra le tante criticit\u00e0 irrisolte, particolarmente sconfortante appare la situazione dell\u2019edilizia carceraria \u2026 Parlo di edilizia e non di architettura, giacch\u00e9 quest\u2019ultima appare, \u00e8 il caso di dire, \u201clatitante\u201d, tanto che la parola \u201ccostruzione\u201d in ambito carcerario pu\u00f2 essere assunta come sinonimo di \u201ccostrizione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fatto, a causa dei disagi e delle mortificazioni che finisce per provocare, il luogo della pena diventa anche parte essenziale della pena stessa.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Paradossalmente questa edilizia \u201ccostrittiva\u201d estende i suoi effetti, oltre che alle persone ristrette per motivi di giustizia, a tutti coloro che vivono l\u2019istituzione totale del carcere (polizia penitenziaria, personale amministrativo e visitatori), obbligati a sopportare una condizione per alcuni versi analoga a quella dei reclusi.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Cesare Beccaria, padre fondatore del diritto penale, quasi due secoli e mezzo fa sosteneva che \u201cil fine delle pene non \u00e8 di tormentare e affliggere un essere sensibile\u201d. Concetto, del resto, ribadito dall\u2019art. 27 della Costituzione: &#8220;Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanit\u00e0 e devono tendere alla rieducazione del condannato&#8221;. Tuttavia quando i luoghi della detenzione diventano essi stessi, nella loro realt\u00e0 e struttura fisica, luoghi di tormento e di afflizione, il fine precauzionale e riabilitativo della pena viene di fatto svilito e contraddetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Le esigenze di una persona reclusa non possono essere ridotte solo a fattori di igiene e di sicurezza, e nemmeno nell\u2019assicurare (quando va bene!) gli spazi minimi per la riservatezza della persona, per le pratiche trattamentali e le attivit\u00e0 socializzanti \u2026<br><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">Una buona architettura, attenta ai bisogni psico-fisici della persona, \u00e8 un diritto da assicurare a ogni livello, anche nel caso dei luoghi della pena.<br><br><br><strong>Architettura e Carcere<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Quali sono i valori architettonici che possono rendere pi\u00f9 vivibili i nostri istituti penitenziari? L\u2019antica lezione e sempre attuale di Vitruvio nel <em>&#8220;De Architectura&#8221;<\/em>, fondamento teorico dell&#8217;architettura occidentale, individua tre essenziali fattori: la firmitas (la solidit\u00e0 statica e materiale), lautilitas (l&#8217;utilit\u00e0 funzionale al benessere della persona e della collettivit\u00e0) e la venustas (cio\u00e8 la propriet\u00e0 estetica o bellezza), quest\u2019ultima ordinariamente garantita dall&#8217;armonia e gradevolezza delle forme delle proporzioni e dei colori.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Tali valori dovrebbero essere garantiti a maggior ragione nelle strutture dove pi\u00f9 \u00e8 messa a rischio la dignit\u00e0 della persona.<\/p>\n\n\n\n<p><br>I quasi 200 istituti penitenziari attivi oggi in Italia sono invece caratterizzati in gran parte da schemi costruttivi rigidi e ripetitivi che non lasciano immaginare accettabili condizioni di vivibilit\u00e0 al loro interno. Di solito essi appaiono come fortezze arroccate, introverse e impermeabili, sostanzialmente e fisicamente estranei alla citt\u00e0, anche quando fossero stati ormai inglobati nel tessuto urbano.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Le principali tipologie finora in uso appaiono superate, non pi\u00f9 rispondenti a modelli di detenzione, non conformi all\u2019evoluzione del diritto e del sentire comune, e soprattutto non ispirate a quella bellezza evocata da Dostoevskij che \u201csalver\u00e0 il mondo\u201d, perch\u00e9 capace di accendere nel cuore dell\u2019uomo, per misteriosa imitazione, tutto ci\u00f2 che \u00e8 bello, buono e virtuoso.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Nella cruda realt\u00e0 italiana circa un quarto delle carceri deriva dal riuso antiche architetture con impianti \u201ca corte\u201d (soprattutto ex conventi, castelli, palazzi signorili) nate non per la specifica funzione carceraria, successivamente adattate alla meno peggio.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Un altro 10%, risalente soprattutto al XVIII secolo, \u00e8 formata da edifici a impianto \u201cradiale\u201d con disposizione dei padiglioni detentivi intorno ad uno spazio centrale di controllo, sviluppando in tal modo l\u2019oppressivo e ossessivo modello di controllo del <em>panopticon<\/em>.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Una ulteriore tipologia, che rappresenta circa il 15% degli istituti, \u00e8 quello detto \u201ca palo telegrafico\u201d che si \u00e8 diffuso, con successive varianti, dopo la riforma carceraria del 1932; esso si distingue per la presenza di un asse centrale di raccordo tra i vari padiglioni trasversali, formati da lunghi corridoi su cui si affacciano celle anonime e spersonalizzanti.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019evoluzione di quest\u2019ultima tipologia sono scaturiti altri modelli (che oggi sono circa un terzo del totale) definiti a \u201ccorpi edilizi differenziati\u201d i quali presentano una pi\u00f9 organica articolazione delle funzioni da assicurare, secondo l\u2019uso e le attivit\u00e0 da svolgere all\u2019interno del carcere.<br><\/p>\n\n\n\n<p>In definitiva, salvo pochi tentativi di coniugare l\u2019arte del costruire con il progredire dei sistemi di trattamento carcerario, non si riconoscono strutture che rivestano un particolare valore dal punto di vista architettonico.<br><\/p>\n\n\n\n<p>La scontata imponenza e la rigida solidit\u00e0 (firmitas) delle strutture e delle murature esterne delle nostre carceri, allude tuttora a un\u2019idea di isolamento e di repressione. Con riguardo al tema della distribuzione delle funzioni (utilitas) qualche passo avanti si pu\u00f2 riconoscere solo negli istituti pi\u00f9 recenti, dove si \u00e8 tentata la diversificazione spaziale delle funzioni \u2026 ma per il resto siamo di fronte a costruzioni generalmente senza pretesa di qualit\u00e0, privi di quella significativa ricerca architettonica (venustas) capace di suggerire ammirazione e di ispirare comportamenti virtuosi.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Una spiegazione di tale situazione risiede forse nel fatto che la dimensione della qualit\u00e0, implicita nella progettazione architettonica, \u00e8 ancora ritenuta superflua o secondaria per la funzione detentiva, perpetuando peraltro l\u2019immagine del carcere come di un luogo chiuso, ostile e respingente.<br><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><strong>Carcere e Citt\u00e0<br><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Anche sul versante urbanistico (la scienza che sovrintende ad un ordinato assetto del territorio e all&#8217;attivit\u00e0 edificatoria) la situazione appare problematica. Un\u2019errata concezione di tale disciplina ha finito con il consegnare i luoghi della pena a una progressiva estraneazione e segregazione dal contesto civile, determinando il loro confinamento e accentuandone la marginalizzazione.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Cito a mo\u2019 di esempio la relazione illustrativa redatta a fine anni \u201960 del Piano Regolatore Generale della mia citt\u00e0, Potenza (pur se la situazione descritta \u00e8 purtroppo riconoscibile in moltissime altre realt\u00e0 urbane). Essa vorrebbe giustificare la scelta di evitare l\u2019espansione edilizia nella zona a sud-est dell\u2019abitato, a causa della \u201cpresenza di attrezzature oggettivamente respingenti della residenza\u201d. La relazione individuava queste realt\u00e0 \u201crespingenti\u201d nel carcere di localit\u00e0 Betlemme (cio\u00e8 il luogo della pena), nel Cimitero comunale di San Rocco (il luogo della morte), nell\u2019Ospedale civile San Carlo (il luogo della sofferenza), e nell\u2019Ospedale ortofrenico (il luogo della follia). <br>Credo siano da ritenere come le pi\u00f9 nefaste le scelte che arrivano a sostenere l\u2019allontanamento e la separazione della citt\u00e0 da quei luoghi che richiamano le dimensioni dolenti e umanissime della sofferenza. <\/p>\n\n\n\n<p>Ogni scelta di segregazione spaziale, infatti, altro non \u00e8 se non l\u2019inizio e il segnale dell\u2019incapacit\u00e0 di innovazione sociale e della vera incisivit\u00e0 delle politiche pubbliche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><br><strong>Conclusione<\/strong><br><\/p>\n\n\n\n<p>Da questo sommario excursus non si pu\u00f2 omettere, per amore di verit\u00e0, la ricerca feconda di architetti e urbanisti che, al contrario, operano per il superamento delle visioni pi\u00f9 anguste e retrive, sostenendo la necessit\u00e0 di ricercare un\u2019organizzazione delle forme, degli spazi e delle soluzioni interne degli istituti di pena pi\u00f9 vivibile e umana, e perseguendo allo stesso tempo un loro pi\u00f9 stretto e organico rapporto con il contesto urbano.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Tra i pochi, grandi professionisti che hanno fatto da battistrada in questo settore, la lezione forse pi\u00f9 lungimirante, e la pi\u00f9 cristianamente ispirata, \u00e8 stata quella dell\u2019arch. Giovanni Michelucci (1891-1990), il quale ebbe a scrivere:<br><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cLe mura della citt\u00e0 erano fatte per chiudere, ma anche per aprire, mentre quelle del carcere servono solo per<br>segregare e respingere \u2026 Per questo bisogna abbatterle in qualche modo, almeno metaforicamente, se non<br>fisicamente\u201d.<\/em><br><\/p>\n\n\n\n<p>Sono parole che alludono a una questione che non \u00e8 solo formale o estetica. Parole che tentano di spostare l\u2019attenzione al cuore stesso del problema dell\u2019edilizia carceraria: quello di costruire, come dice Michelucci, &#8220;spazi che diventino luoghi, spazi non chiusi in s\u00e9 stessi, non rivolti solo al loro micro-mondo interno&#8221;. Parole che sono anche un monito perch\u00e9 anche la citt\u00e0 cominci ad abbattere le sue mura e cominci a dialogare con le strutture carcerarie.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Se non si ripensa a come ristrutturare architettonicamente e socialmente il carcere, e a come rieducare socialmente la citt\u00e0 che lo ricomprende, sar\u00e0 impossibile puntare sull\u2019aspetto rieducativo della pena, oltre che su quello punitivo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono noti i problemi del sistema carcerario italiano, dal sovraffollamento, alla insufficienza del personale di sorveglianza, alla cronica mancanza di fondi per il miglioramento complessivo di riabilitazione, fino al grave fenomeno delle recidive, per non parlare dell\u2019incapacit\u00e0 del sistema penale di immaginare pene alternative alla detenzione. 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